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Consigliere Marco Mastacchi di Rete Civica

Aspi e lo scandalo dei doppi pagamenti 

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ASPI E LO SCANDALO DEL RADDOPPIO: PERCHE’ L’APPENNINO PAGHERA’ DUE VOLTE PER OPERE PROMESSE TRENT’ANNI FA?

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Lo stallo delle infrastrutture nell’Appennino bolognese nonostante
finanziamenti già stanziati, e oltre quindici anni di cantieri abbandonati legati alla Variante di
Valico e promesse mancate, sono al centro di una risoluzione presentata dal consigliere Marco
Mastacchi di Rete Civica. Dure le critiche alla gestione di Autostrade per l’Italia, rea di richiedere
nuovi fondi per opere che avrebbero dovuto essere completate decenni fa secondo gli accordi
del 1990. La risoluzione impegna la Giunta Regionale a esercitare una pressione decisa sul
Ministero e sulla società concessionaria per ottenere trasparenza finanziaria e tempi certi.
L’obiettivo finale è restituire sicurezza e sviluppo a un territorio penalizzato da rimpalli burocratici
e dall’incuria gestionale. Da oltre quindici anni, le comunità dell’Appennino bolognese vivono
sospese in un limbo fatto di cantieri immobili, promesse tradite e un paesaggio sfregiato da opere
incompiute. Quella che doveva essere la chiave per il rilancio economico di un intero territorio si è
trasformata in un caso studio nazionale di paralisi istituzionale. È accettabile che la gestione della
cosa pubblica si scontri con una cronica incapacità di passare dai progetti ai fatti, lasciando i
cittadini tra il degrado e l’incertezza? Il nuovo casello di Rioveggio non è solo un cantiere fermo; è
l’emblema di un fallimento che parte dal 2010. Oggi l’area si presenta in uno stato di abbandono
totale: la vegetazione ha invaso i macchinari, i materiali costosi si deteriorano sotto le intemperie
e si registrano pericolosi cedimenti strutturali che minacciano gli edifici privati confinanti.

Ma il danno non è solo estetico o strutturale. Il blocco dei lavori ha ucciso sul nascere l’area
commerciale prevista in prossimità del casello, un progetto che avrebbe dovuto portare posti di
lavoro e nuova linfa vitale a una montagna che lotta contro lo spopolamento. Senza l’uscita
autostradale, l’indotto economico è svanito, trasformando una promessa di sviluppo in un deserto
di cemento e ruggine. L’aspetto più inquietante di questa vicenda riguarda i flussi finanziari. Gli
interventi per il casello e le opere compensative della Variante di Valico NON sono “nuove
necessità”: erano già stati previsti, approvati e finanziati nella Convenzione del 1990 sottoscritta
tra Ministeri, ANAS e Autostrade. Eppure, a distanza di 35 anni, Autostrade per l’Italia
(ASPI) chiede oggi che queste stesse opere vengano inserite nel nuovo Piano Economico
Finanziario (PEF) per essere rifinanziate. Com’è possibile chiedere ai cittadini di pagare due volte
per lavori che la società concessionaria si era impegnata a completare decenni fa? Che fine hanno
fatto i fondi già stanziati? Questa opacità gestionale rappresenta una ferita profonda nel rapporto
tra Stato e territorio. La situazione è precipitata ulteriormente nel 2022, quando la riattivazione di
un movimento franoso a Rioveggio, alimentato da una falda acquifera sotterranea, ha richiesto
interventi d’urgenza. La soluzione tecnica è nota: la realizzazione di complessi pozzi
idrodrenanti per stabilizzare il versante. Qui la burocrazia ha superato sé stessa: ASPI aveva
proposto di procedere per fasi, avviando i lavori nei settori non interessati dalla frana, ma
il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) ha imposto l’inversione della sequenza. Il
risultato? Uno stallo totale. Il rimpallo di responsabilità tra ente concedente e concessionario ha
congelato il cantiere, impedendo sia la messa in sicurezza idrogeologica che l’apertura del casello,
senza che ad oggi esista una data certa di ripartenza. Anche le opere di riqualificazione ambientale
sono rimaste fantasmi sulla carta. L’Area Deposito 5 (originariamente destinata allea terra e le
rocce di scavo estratte dai tunnel della Variante), è oggi un cantiere abbandonato dove emergono
fenomeni idrici non previsti che rischiano di destabilizzare il suolo. Il Parco fluviale di Vado,
inserito nei progetti PREVAM, è ancora un miraggio per i residenti che attendevano spazi verdi
come compensazione per i disagi subiti. L’ex tracciato autostradale anziché essere restituito alla
comunità, è una ferita aperta nel paesaggio, abbandonata all’incuria lungo tutto il territorio. In
questo panorama di macerie, la politica regionale prova a guardare avanti con il progetto
del tunnel Reno-Setta. L’idea è quella di ripensare l’uso dell’Area Deposito 5 in coerenza con
questo nuovo asse infrastrutturale. Tuttavia, il rischio è che la novità diventi l’ennesimo alibi per ulteriori rinvii. Il tunnel non può essere una scusa per ignorare il degrado esistente; deve essere
invece l’occasione per una pianificazione territoriale dinamica che smetta di restare ancorata a
schemi obsoleti e garantisca finalmente la bonifica delle aree “sacrificate” ai vecchi cantieri.
Non si può più restare a guardare mentre ASPI e il Ministero giocano a scaricabarile sulla pelle
dell’Appennino.

È necessario un nuovo modello di governance, ispirato a una strategia proattiva che pretenda
chiarezza sull’uso dei fondi del 1990 e imponga tempi certi. Restituire dignità a queste montagne
non è un favore, ma un obbligo morale verso chi, per trent’anni, ha pagato il prezzo del progresso
nazionale senza riceverne i benefici promessi.

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