Coltivare vigneti e fare vino a Como: Viticoltura di Cernobbio

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Coltivare vigneti e fare vino a Como. Sulle pendici del Bisbino che guardano su Maslianico, sulla piana della Breggia, su Chiasso. Zona di capannoni, di centri commerciali. Di grande traffico. Da lassù in alto, dai terrazzamenti della Viticoltura di Cernobbio che Cristina e Gigi lavorano e sui quali, pazientemente e con fatica, hanno messo a risiedere filari di vigneti, tutto questo si vede, ma sembra cosi’ lontano. Non lo si sente nemmeno, quasi. Un altro mondo.

Con fatica, dicevamo. Tanta. Perché qui, su questi terrazzamenti, praticamente delle strisce di terreno, non di più, trattorini e macchine varie non passano. Non ci stanno. Si fa tutto a mano. È un lavoro pesante, alla fine della giornata le braccia, le gambe, la schiena, protestano. Lo sanno bene, Cristina e Gigi, “Ma la soddisfazione è grande”, dicono. Viticoltura di montagna. La chiamano anche  ‘viticoltura eroica’, proprio perché la fatica è tanta e serve tanta convinzione, tanta voglia di fare fatica.

Hanno cominciato qualche anno fa. In effetti, sono ancora alle primissime vendemmie. La prima, di fatto, due anni fa, “è stato solo un bicchiere per me ed uno per lei”, dice Gigi. L’anno scorso, 2020, alcune centinaia di bottiglie. In questo 2021 i chili di uva sono stati 700, circa il doppio dell’anno precedente. Questo, nonostante le numerose ‘incursioni’ di animali, daini, cervi, tassi, cinghiali, volpi, che evidentemente apprezzano la disponibilità di tanto buon cibo a cosi’ breve distanza dal bosco. “Un centinaio di chili di uva se li sono mangiati loro”, ammette Cristina, dispiaciuta si, ma non poi tanto, alla fine si tratta di Natura, ne è consapevole. Meglio quello, forse, dell’utilizzo di diserbanti, fertilizzanti, prodotti chimici vari, che lei e Gigi rifiutano nel modo più assoluto. “Solo un trattamento a rame e zolfo, come si è sempre fatto”, dice lui.

Esisteva già un vigneto, qua. Ne hanno trovate le tracce quando si sono messi a ripulire i terrazzamenti per impiantare i loro. “Trovavamo liane di viti che spuntavano tra i rami degli alberi. Le seguivamo, erano sempre lunghe diversi metri, e alla fine c’erano piante che dovevano avere decenni e decenni di età, anche ottanta anni se non di più”, racconta il nostro vignaiolo.

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In effetti, questi terrazzamenti sono l’ideale per crescere le viti. “Corrono in leggera discesa, e sono completamente esposti a sud. Questo consente a tutti filari di prendere sole, la stessa quantità di sole, mentre l’aria che tira tra una valletta e l’altra raffredda in estate e riscalda in inverno. Impedisce gli eccessi di temperatura. L’acqua piovana scorre facilmente in senso orizzontale, verso la valletta, non si formano pozze o ristagni d’acqua”, la spiegazione di Gigi.

Laghéé e Lavecc, i nomi dei due vini che Gigi e Cristina producono. Il Lavecc, in particolare, li rende orgogliosi.

“É una cosa unica, una chicca”, dice Cristina. “Cucinavo normalmente gli stufati nel lavecc – continua -, una pentola in pietra olare, usando il nostro vino. Mi sono detta: ‘perché non provare a far stagionare direttamente il vino in queste pentole?’. Detto fatto, ci abbiamo provato, dopo tutto gli esami di rito per verificarne la fattibilità, ed il risultato è ottimo”.

Davvero, il Lavecc di Gigi e Cristina è ottimo. Ha un grande contenuto di sali minerali, ovviamente, perché la pietra li rilascia durante la stagionatura, ma è molto buono, copre bene il palato e anche la gola. È un po’ come leccare una pietra ollare, una pioda, dopo una bella grigliata: se ne sente tutto il profumo ed il sapore.

Amano sperimentare, i nostri due amici vignaioli. Hanno già dato il via al prossimo, di esperimento. “Abbiamo interrato in cantina una grande anfora in ceramica. È lì che faremo stagionare il prossimo raccolto. Come fanno ancora oggi in Georgia ed in Armenia”, dice Gigi mentre mi mostra il foro sul pavimento della cantina, in realtà il ‘collo’ della grande anfora. Ci potrebbe stare dentro, comodamente, una persona, anche due.

Fuori, sul terrazzino di ingresso, ce n’è un’altra di anfora, ma in confronto a quella interrata in cantina è piccola. Madre e figlia, si potrebbe dire. È ora di andare. E mentre vado, guardo la valle, laggiù in fondo. È buio, si vedono solo le luci dei serpentoni di auto che cercano invano di muoversi lungo le strade. Nemmeno si sentono. Sembra un grande albero di Natale senza musica. Un altro mondo, quassù sulle pendici del Bisbino. Quassù dove nasce il vino di Como.

scritto da Franco Cavalleri

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