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Rassegna concertistica “Antiche risonanze”

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Il concerto è dedicato, essendo questo periodo quaresimale, al Salmo numero 50 “Miserere
mei Deus” che, nei secoli, è stato musicato da innumerevoli compositori, dei quali il Gruppo
Vocale desidera proporre al pubblico bresciano alcune diverse versioni composte nel
periodo rinascimentale e barocco, che manifestano le differenze interpretative, di gusto,
di utilizzo, dei quattro musicisti protagonisti della nostra offerta musicale.

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Il concerto inizia con la composizione del musicista franco-fiammingo, “Principe della
Musica”, Josquin des Prés: il suo affascinante “Miserere” a 5 voci, suddiviso in tre parti, si
basa sulle tipiche espressioni dell’Ars polifonica fiamminga (imitazioni, alternanza di
duetti tra le varie voci intervallato da sublimi momenti corali, insistenza su frammenti
melodici riproposti nelle varie voci, presenza delle tipiche cadenze “alla Landino”…)
con la ripetizione dell’incipit “Miserere mei Deus”, da parte della parte del Tenor I e replicata
più volte dalle altre 4 voci. Un pregevole esempio di musica quattro-cinquecentesca.

Segue la prima esecuzione in tempi moderni dell’opera del compositore bresciano Giovanni
Contino tratta dalla silloge “Threni Hieremiae” stampata a Venezia per i tipi di Hieronimus Scotto
nel 1561. La composizione è a carattere prettamente liturgico-corale ad andamento
omoritmico, intervallata da sezioni melodiche gregoriane, ed è stata composta per le
celebrazioni quaresimali che si tenevano nella Cattedrale di Brescia a metà Cinquecento.
Tra i compiti del Maestro di Cappella, lo vogliamo ricordare, vi era quello della composizione
di musiche originali per le varie festività liturgiche. La Cappella musicale bresciana a metà
Cinquecento era composta da alcuni cantori professionisti (1 Contraltista, 1 Tenorista e 2
Bassi, o Contrabassi) e dal gruppo degli allievi della Scuola di Musica e Lettere della Cattedrale
che partecipavano alle funzioni sostenendo la parte del Soprano. Tra questi, nell’elenco
dei “putti cantori” che ricevettero la mancia per aver partecipato alle celebrazioni natalizie
del 1553, il nome di Luca, facilmente identificabile in quello che diventerà il grande
madrigalista di fine Cinquecento: Luca Marenzio, appunto allievo del Contino.


Il terzo “Miserere” che viene proposto in questo concerto è la composizione a 5 voci
dell’altro grande compositore franco-fiammingo Orlando di Lasso. Il brano è uno splendido
esempio dell’arte compositiva del Lasso che alterna e diversifica i vari passi del Salmo dalle 5
voci d’impianto, a duetti, terzetti e quartetti, concludendo nella solenne e articolata apoteosi
a 6 voci del “Sicut erat in principio”. Piacevolissime le melodie che si alternano e si completano
nelle magistrali espressioni armoniche che preludono al successivo periodo Barocco.

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Conclude il concerto il celebre “Miserere” di Gregorio Allegri, cantore e Maestro di Cappella
della “Sistina” reso famoso dalla trascrizione che ne fece Mozart dopo la partecipazione ad
una funzione religiosa. Il quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart, in visita a Roma, ascoltò
il Miserere di Allegri l’11 aprile 1770 durante l’Ufficio delle Tenebre del Giovedì Santo, che si canta
la sera del Mercoledì Santo. Il Giovedì Santo lo trascrisse interamente a memoria, ritornando poi
nella Cappella Sistina il venerdì successivo, 13 aprile, per fare piccole correzioni. Il brano era
secretato e non aveva ottenuto il nulla-osta papale per la sua divulgazione a stampa. Dopo
la trascrizione che ne fece Mozart, l’esecuzione del brano, con varie vicissitudini, dal XIX
secolo si poté diffondere in tutto il mondo. La composizione si articola tra il Coro pieno a
5 voci e il Coro con i 4 solisti, intervallati dalle sezioni in canto gregoriano.

II concerto: domenica 4 giugno – ore 16
Il concerto, come da programma, è interamente dedicato alla figura del compositore
inglese William Byrd del quale nel 2023 ricorre il 400° anniversario della scomparsa
avvenuta a Stondon Massey, nell’Essex, il 4 luglio del 1623. La scoperta di documenti
legali colloca la sua nascita alla fine del 1539 o nei primi mesi del 1540. Byrd iniziò la
propria carriera in giovane età e quasi sicuramente fu cantore nella Cappella Reale
durante il regno di Maria Tudor (1553-1558) e studiò musica sotto l’insegnamento di
Thomas Tallis (ca. 1505-1585). Questi affiancò Byrd ai migliori musicisti dell’epoca e lo
accompagnò in viaggi attraverso le isole britanniche, i Paesi Bassi, la Spagna e il
Portogallo. Maria Tudor, chiamata poi “la Sanguinaria” dalla propaganda protestante,
trascorse il suo breve regno reagendo agli eccessi dell’austerità protestante
sviluppatosi sotto il suo predecessore Edoardo VI.

La regina Maria amava la musica sacra in latino. In questo ambito Byrd, che era cattolico,
fu prolifico e creativo componendo parecchi mottetti su testo latino durante tutto l’arco
della sua vita. Nel 1605 e nel 1607 pubblicò in due volumi i Gradualia: una raccolta di
mottetti per il Proprium delle festività dell’anno liturgico che nel presente concerto ne viene
data numerosa testimonianza. Quando Byrd aveva diciott’anni Maria Tudor morì e le
succedette Elisabetta I. Questo repentino cambiamento avrebbe potuto farlo uscire dalla
corte inglese, sennonché pochi anni dopo Byrd fu nominato Organista e Maestro del Coro
della Cattedrale di Lincoln. Elisabetta apprezzava la musica di Tallis e di Byrd. Nel 1575 Byrd
pubblicò con Tallis le Cantiones sacrae, una raccolta di mottetti dell’allievo e del maestro.

Byrd visse in un periodo difficile per i cattolici in Inghilterra ma, nonostante le
restrizioni (nel periodo elisabettiano il culto cattolico era punito con ammende,
punizioni corporali e la morte), applicando la prudenza, poté pubblicare i suoi mottetti
su testo latino per la liturgia cattolica, anche grazie al suo grande prestigio come
compositore. Alla fine del Cinquecento scrisse anche tre messe, a tre, quattro e cinque
voci, che sono oggi tra le sue composizioni più eseguite. Compose, comunque, anche
musica per la liturgia anglicana, di cui (in lingua inglese) se ne dà esempio in questo
concerto, e musica di ispirazione sacra, anche con l’accompagnamento di viole, su
testo inglese. William Byrd è stato anche un importante compositore di musica per

Clavicembalo e Organo: è infatti uno degli autori del Fitzwilliam Virginal Book. Ha
composto, infine, Fantasie e alcuni In nomine per complesso di Viole.


III concerto: domenica 22 ottobre – ore 16
Il concerto, come da programma, è interamente dedicato alla figura del Monaco
benedettino olivetano Adriano Banchieri del quale nel 2018 i Cantores hanno celebrato la
ricorrenza del 450° anniversario della nascita avvenuta a Bologna il 3 settembre del 1568;
il Banchieri fu eclettico compositore di musica sacra e madrigalistica, teorico e letterato
raffinato e prolifico ed apprezzato organista in ambito bolognese. Del “Dissonante”, così
veniva nominato l’accademico dei Filomusi di Bologna, viene riproposto “Il Zabaione
musicale”, celebre raccolta madrigalistica a 5 voci suddivisa in 17 parti.
Il Banchieri a 19 anni d’età entrò nell’Ordine dei monaci benedettini olivetani a Bologna. La
sua formazione musicale iniziò assai prima di prendere gli ordini e durante i primi anni
della vita monastica intensificò lo studio della composizione sotto la guida dell’organista
e compositore lucchese Giuseppe Guami. Dal 1592 al 1607 numerosi furono gli
spostamenti dalla prediletta città natale anche in veste di Organista (nel 1607 fu presente
a Milano per assistere alle feste in occasione della canonizzazione di S. Carlo Borromeo).
Da allora non si mosse più dal cenobio bolognese di S. Michele in Bosco dedicandosi
all’attività compositiva e a quella didattica. Trasferitosi per ragioni di salute in città nel
convento di S. Bernardo, vi morì di apoplessia nel 1634. Ricca e multiforme fu l’attività
creativa del Banchieri, e non solo in campo musicale, con le numerose opere sacre e
profane e con i non meno numerosi trattati teorici e didattici, ma anche in campo
letterario, per il quale conta un posto di rilievo nella letteratura dialettale bolognese. Di
particolare interesse destano le sue commedie in prosa, per gli effetti originali che il
Banchieri sa trarre da un singolare impasto del toscano con tre o quattro dialetti
differenti. In esse le regole fondamentali del teatro cinquecentesco sono rigorosamente
rispettate e le diverse trame si riducono in realtà ad un unico intreccio, con minime
variazioni da commedia a commedia, assai simile a quello dei madrigali drammatici.

Feconda fu la versatilità di questa inconsueta figura di monaco musicista e letterato,
la cui varia e vasta opera artistica e letteraria – oltre a testimoniare un’operosità
veramente fuori del comune – denota un’aperta curiosità e un attento interesse verso
i campi più disparati, sorretti da una capacità d’indagine e di critica, sorprendente. Per
valutare nella giusta misura questa sua caratteristica si deve ricordare che in
connessione con gli scritti va posta una intensa attività pratica: come musicista
innanzitutto, organizzatore delle manifestazioni liturgiche musicali della sua chiesa,
come insegnante di musica, come animatore e fondatore di Accademie, come
costruttore di strumenti musicali (sua l’invenzione dell’“arpichitarrone”). È forse da
attribuire a questa abitudine mentale rivolta alla concretezza dei problemi, l’assenza
del carattere di pedante erudizione che distingue in genere i suoi scritti. Il che è,
d’altronde, un riflesso della sua personalità, così dotata di spirito faceto e burlone e
incline al bizzarro, al paradosso; in questo, la sua vivacità di umore s’incontrava col
gusto tipicamente barocco dei sottile gioco concettoso e dei bisticci di parole.

La fama del Banchieri è dovuta al posto che egli occupa nella storia della musica. Vissuto
in un’epoca di transizione, che conobbe acuti contrasti tra innovazione e tradizione, il
Banchieri ebbe chiara coscienza dei problemi che si ponevano con l’avvento della
monodia, del basso continuo e dello stile concertato. Egli pur aderendo alle correnti innovatrici
che facevano capo al “recitar cantando” fiorentino, allo stile policorale e concertato veneziano,
all’opera rivoluzionaria di Claudio Monteverdi, conscio forse dei propri limiti e non
sentendosi dotato della vena drammatica di un Monteverdi, si mantenne entro i limiti
della rappresentazione puramente musicale e sonora che già il Orazio Vecchi aveva
fissato a se stesso, e non seguì il decorso storico che portava la musica verso
l’individuazione dei personaggi; non compì il passo dal madrigale drammatico all’opera.

IV concerto: domenica 26 novembre – ore 16
Il concerto prevede l’esecuzione di una raccolta di composizioni profane, opera di
musicisti rinascimentali e del primo Barocco bresciano. Alcuni poco conosciuti o
poco eseguiti come Antonio Mortaro che nacque a Brescia intorno al 1570. Frate
dell’Ordine dei minori conventuali, fu organista di fama e compositore fecondo: pubblicò
almeno quattro raccolte di musica profana e una decina di musica sacra, molte delle
quali ripetutamente ristampate. Dalla fine degli anni ottanta fino al 1596 fu attivo a
Brescia, dove si dedicò prevalentemente alla musica profana e diede alle stampe
quattro libri di Fiammelle amorose a 3 voci dedicati a esponenti dell’aristocrazia locale e
composti in uno stile scorrevole che richiama quello delle musiche a 3 voci di Luca
Marenzio. Importante musicista è sicuramente Floriano Canale, attivo nella chiesa
cittadina di San Giovanni Evangelista, fu prolifico compositore, Organista e Maestro di
Cappella (dal 1581 al 1603), oltre ad essere un importante teologo, filosofo e astrologo,
(celebre il suo manuale per la cura degli esorcismi “Dei secreti universali”-Venezia 1640).
Nacque probabilmente a Brescia, sebbene nessun documento abbia potuto fornire
notizie sicure tanto sul luogo quanto sulla data di nascita. Canonico regolare lateranense,
probabilmente divenne Abate del Convento di S. Giovanni. Ingegno versatile, fu autore
di una discreta quantità di musica polifonica, sia di genere sacro, sia di genere profano;
si dedicò all’insegnamento ed ebbe tra gli allievi Ottavio Bargnani. A seguire Giovan
Paolo Caprioli, della nobile famiglia dei Caprioli, che nacque a Brescia e morì nel
gennaio 1630 nel convento di San Giovanni Evangelista durante l’epidemia di peste. Nel
1587 entrò nel convento di Scandiano (PD) appartenente alla Congregazione dei
Canonici Renani Lateranensi del SS. Salvatore di Bologna, operò in vari conventi del nord
Italia fin quando nel 1627 tornò al Convento di S. Giovanni di Brescia. La nobile famiglia
bresciana dei Caprioli è attestata nei documenti cittadini fin dall’XI secolo. Signori fin
dai tempi di Enrico III delle terre di Capriolo, si trasferirono in città agli inizi del
Trecento abitando in diversi edifici ma in particolare nel Palazzo Caprioli di via Elia
Capriolo. La famiglia ha dato i natali anche ad un altro musicista: Alfonso Antonio Caprioli
(sec. XV) che fu compositore di strambotti che si trovano stampati nelle importanti e
prime stampe musicali di Ottaviano Petrucci di inizi Cinquecento.

Altro importante musicista fu Giovanni Ghizzolo Frate minore conventuale, attivo a
Novara nel 1607 e a Milano nel 1610. Dal 1612 al 1615 fu Maestro di cappella del Principe

Siro da Correggio e dal 1618 del Duomo di Ravenna durante l’episcopato del Cardinale
Pietro Aldobrandini. Nel 1622, sempre con l’incarico di Maestro di cappella, fu presente a
Padova e nel 1623 nuovamente a Novara. Compose soprattutto musica sacra: diede
alle stampe tre libri di madrigali. Nacque a Brescia probabilmente dopo il 1580. Si
presume abbia preso gli ordini sotto la tutela dello zio Gerolamo Ghizzolo, Rettore del
Capitolo di S. Francesco di Brescia. Rimane tuttavia incerta la sua formazione musicale,
svoltasi alla scuola di Costanzo Porta o di Giovanni Gabrieli. Morì a Novara, prima del 29
febbraio 1624, e venne ricordato come “musico moderno di felice memoria”. A seguire un
brano di Vincenzo Neriti, salodiano, compositore e direttore di coro. Fu Maestro di
Cappella e musicista dell’Imperatore Rodolfo II, e «Capellanus et sacelonus» del Monastero
Carmelitano di Mantova, come pure Maestro di Cappella nel Duomo di Salò. È probabile
che il Neriti abbia avuto stretti contatti con la famiglia Gonzaga: il suo Primo Libro di
Canzonette è dedicato ad Enea Gonzaga e gli altri due libri contengono pezzi dedicati a
Francesco Gonzaga, forse membro del ramo di Castiglione delle Stiviere, che il Neriti
potrebbe aver conosciuto alla Corte Imperiale di Praga nel 1587. Altro importante
musicista fu Valerio Bona che nacque a Brescia probabilmente intorno alla metà del
XVI secolo, come si può dedurre dal fatto che già nel 1591 pubblicava opere
impegnative e rivestiva l’importante funzione di Maestro di cappella a S. Francesco a
Vercelli. Fu frate minore conventuale, ma s’ignora a quale età entrò nell’Ordine
francescano, né si hanno notizie sulla sua educazione musicale. Si può supporre,
tuttavia, che il Bona avesse frequentato la scuola di Musica e lettere del Duomo di Brescia.
Si dilettò di poesia e fu ascritto tra i poeti quale autore di canzonette e di madrigali da
lui stesso musicati. Apprezzato per la bellezza e la dolcezza della voce, fu anche “primo
cantore” nella Basilica di S. Antonio a Padova (probabilmente nel 1590). Nel 1596 fu anche
Maestro di cappella a S. Francesco a Milano; dal 1599 in S. Salvatore di Monferrato, nel 1601
nel Duomo di Mondovì e nella chiesa di S. Francesco a Brescia nel 1611. Nel 1614 fu
Prefetto a S. Fermo Maggiore a Verona, dove ancora nel 1619 “viveva…tra i frati Conventuali
di S. Francesco”. Compositore notevole, segnatamente nel genere sacro, il Bona pubblicò
numerose opere, tra le quali alcune anche teoriche (Regole del Contraponto,et Compositione
brevemente raccolte da diversi Auttori, del 1595 e Essempi delli passaggi delle consonanze, et
dissonanze, et d’altre cose pertinenti al Compositore del 1596).

Teodoro Riccio (Brescia, c. 1540-Ansbach?, c. 1600). Si definì egli stesso “Brixianus
Italus” e compositore. Come si desume dalla prefazione al suo Primo Libro di Madrigali,
fu Maestro di cappella nella chiesa di S. Nazaro a Brescia nel 1567. Fu inoltre,
probabilmente, Maestro di cappella alla corte di Ferrara. Fu poi tra i primi italiani ad
emigrare all’estero. Nel 1574 o 1575 fu musicista alla corte di Ansbach del Margravio
Georg Friedrich di Ansbach-Brandenburg, dopo aver trascorso probabilmente qualche
tempo a Vienna e a Dresda. Si recò poi a Königsberg, in Prussia, dove si fece protestante
e prese moglie. Riccio fu uno dei molti compositori italiani che ottennero importanti
posti in Germania dopo il 1550; egli fu evidentemente un affidabile e stimato Maestro
di cappella. A parte i Madrigali, i suoi lavori sono nel tradizionale stile luterano; lo scritto
policorale fu una delle sue principali preoccupazioni. Fu anche il primo musicista
bresciano a dare alle stampe “canzoni alla napoletana”, di cui in questo concerto se ne dà esempio. Il Ottavio Rossi negli “Elogi istorici de’ Bresciani illustri” (1620) sottolinea che nel 1580 ottenne i primi servizi della “Capella Imperiale” ma che “rinonciando gli honori cattolici, passò a servizii del Duca di Sassonia, donde, sclericatosi, prese moglie e divenuto ricchissimo fece stampare molte sue opere, che per la Germania si cantano con molto plauso”. Secondo il Rossi:
«morì in Vitemberga e non ottenne essequie pubbliche da què Principi, appresso de’ quali vivono
tuttavia alcuni suoi figliuoli titolati di nobiltà». Lo stesso Rossi, come Leonardo Cozzando (in
Libraria Bresciana del 1694), sostiene che morì ricchissimo. Pubblicò molte opere, sia sacre che profane.

A conclusione del concerto alcune composizioni del più grande e celebrato tra i
musicisti bresciani cinquecenteschi: Luca Marenzio. Nato con ogni probabilità a
Coccaglio da Giovan Francesco, «coadiutor nel studio» di un «procuratore» legale a Brescia
[notizia suffragata da una nota che si trova nell’encomio premesso alle “Sacrae
cantiones” pubblicate postume nel 1616 a Venezia da Ricciardo Amadino: i distici latini
contengono infatti il motto «Canis, sicut almae coeli sirenes» (Tu canti come le anime serene del paradiso), che risulta essere l’anagramma di «Lucas Marentius cocaliensis»]. Verosimilmen- te la sua nascita avvenne prima del 1550, se il nome Luca, riportato nell’elenco dei “putti cantori” del Duomo di Brescia che parteciparono alle celebrazioni natalizie del
1553, è riferibile al grande compositore di Madrigali, allievo di Giovanni Contino, al
tempo Maestro di Cappella della Cattedrale bresciana che ne curò, probabilmente, la
prima formazione musicale. Il Contino proveniva dal “giocondissimo soggiorno” a Trento
(circa dal 1539 al 1551) alla corte del Cardinale Cristoforo Madruzzo dove ebbe la
possibilità di accrescere la propria competenza musicale dirigendo la Cappella privata
e quella del Duomo di San Vigilio; ed è per questo che Marenzio, probabilmente dagli
anni ‘70, fu a capo della Cappella musicale del Principe e Vescovo tridentino. Per la
familiarità del Contino con la corte del Duca Guglielmo Gonzaga (suoi soggiorni a
Mantova dal 1561 al 1565 e dal 1567 alla data della sua scomparsa avvenuta a Mantova
nei primi giorni del 1574), è ipotizzabile la presenza del Marenzio alla corte
gonzaghesca prima del periodo al servizio del Cardinale trentino. Prima del 1578,
comunque, i dati certi relativi alla vita del Marenzio sono scarsi e intermittenti. Sarà lo
stesso Marenzio, scrivendo al Cardinale Luigi d’Este da Roma il 18 giugno 1584, a
chiarire l’immediatezza del passaggio da Madruzzo al porporato estense: «dopo la morte
della felice mem[ori]a dell’Ill.mo [Cardinale] di Trento già mio sig.re e patrone, V.S. ill.ma per
gratia me connumerò, nel numero – benché indegno – de’ suoi ser[vito]ri, agratiandomi anco per sua
benignità, di farmi assegnare una certa provisione». Non si può, a questo punto, non osservare
come la carriera del Marenzio si intrecci, per alcuni aspetti, con quella di Contino:
Mantova e i Gonzaga, la corte del Cardinale Madruzzo, Brescia. È pertanto possibile
ipotizzare che Contino sia stato non solo maestro del giovane Marenzio in patria, ma
anche mentore del suo servizio mantovano negli anni Sessanta e nei primi anni
Settanta, nonché tramite per il successivo incarico professionale di prestigio presso il
cardinale di Trento (forse dopo il 1574, anno di morte di Contino). Fin dal 1560, infatti,
il cardinale aveva deciso di stabilirsi a Roma, affidando il Principato tridentino al
nipote Ludovico Madruzzo nel 1561 (ufficialmente ne diverrà titolare nel 1567). Al
seguito del porporato, il Marenzio poté quindi entrare nel giro delle grandi corti

cardinalizie romane, fra le quali spiccava quella di Luigi d’Este, con cui Madruzzo era in
grande dimestichezza. L’improvvisa morte del Madruzzo, il 5 luglio 1578 a Tivoli –
nella villa del Cardinale d’Este, a riprova della stretta consuetudine fra i due cardinali –
pose fine a questa fase della vita del Marenzio. Il suo nuovo signore, Luigi d’Este, era
secondogenito del duca Ercole II e di Renata di Francia. Negli ambienti cardinalizi
estensi il Marenzio operò come «cantore» e «musico»: anzi, «maestro di cappella» del
Cardinale. L’anno successivo al suo arruolamento nella famiglia estense il Cardinale
aveva esercitato tutta la sua influenza per far assumere il Marenzio nella cappella papale.
Alla fine del 1579 però il progetto era definitivamente naufragato. Negli anni seguenti
lo troviamo a Brescia, poi a Mantova alla corte ducale di Guglielmo Gonzaga (1580) e a
Ferrara (1581). Il Cardinale Luigi d’Este e la sua corte fecero rientro a Roma nel giugno
1581, in un clima di manifesta e ritrovata benevolenza papale (Gregorio XIII). La morte
del Papa (10 aprile 1585) complicò ulteriormente le cose e le ipotesi di trasferimento
del Marenzio alla corte reale di Francia trovano un certo fondamento avendo ottenuto

il benestare del Cardinale d’Este. Negli anni romani il Marenzio intrattenne occasional-
mente anche altri rapporti professionali con varie confraternite presenti nell’Urbe. Se

si considera l’intera parabola professionale del Marenzio appare chiaro che proprio il
periodo passato al servizio del Cardinale d’Este risultò quello più fecondo dal punto di
vista editoriale. La morte di Luigi d’Este (30 dicembre 1586) sopravvenne mentre erano
in corso trattative per riportare il Marenzio alla corte mantovana attraverso la
mediazione del Cardinale Scipione Gonzaga. Tali trattative non approdarono però a nulla
a causa della morte del Duca Guglielmo (14 agosto 1587).
Passando da Brescia e Verona nel 1587 (in occasione di una visita alla famiglia) il
Marenzio e suo fratello, Marenzio, entrarono, forse all’inizio del 1588, al servizio del
Granduca di Toscana a Firenze. Nell’ottobre 1587 le morti ravvicinate (e sospette) di
Francesco de’ Medici e di sua moglie Bianca Cappello avevano portato al trono il Cardinale
Ferdinando, fratello di Francesco. Nel settembre 1588 Ferdinando depose l’abito
cardinalizio per potersi ammogliare e garantire discendenza alla dinastia. Quando nella
primavera 1589 sposò Cristina di Lorena, nipote di Caterina de’ Medici regina-madre di
Francia, i festeggiamenti nuziali furono sontuosi; gli Accademici Intronati di Siena
recitarono la commedia La pellegrina del Bargagli. Del Buontalenti furono gli apparati e i
costumi sia del testo principale, sia dei relativi grandiosi intermezzi ideati dal Bardi.
Alcune musiche per questi spettacoli furono scritte dal Marenzio, al quale si devono il
II e III intermedio (“La disfida tra le Muse e le Pieridi” e “Apollo e Pitone”), su versi di
Ottavio Rinuccini, che vengono proposti nel concerto con l’accompagnamento della
Arpista Barbara Da Paré. La permanenza del Marenzio a Firenze si protrasse certamente
fino al settembre 1589, ma plausibilmente fino a gran parte del 1590 come attestato
dal Granduca che affermò di essere stato ben servito dal Marenzio per lo «spatio di tre
anni». In ogni caso nel 1590 il Marenzio era al servizio di Virginio Orsini, Duca di
Bracciano. Allevato a Firenze, rientrò a Roma quando nel 1589 sposò la nipote di Papa
Sisto V, Flavia Peretti. Anche il Marenzio fece ritorno a Roma, e addirittura nel
medesimo palazzo degli Orsini a Montegiordano, in cui aveva abitato quando era al
servizio del Cardinale d’Este. Pur facendo riferimento al Duca di Bracciano, Marenzio

riprendeva la frequentazione delle grandi corti cardinalizie, a cominciare da quella del
cognato di Orsini, il Cardinale Alessandro Peretti Montalto, appassionato musicofilo e
musicista lui stesso. Nel 1992 vi furono trattative per far assumere il Marenzio tra i
musici del Cardinale Peretti Montalto e verosimilmente nel 1594 lo si trova fra i familiari
del «Cardinale di S. Giorgio», Cinzio Passeri Aldobrandini. Creato Cardinale il 17 settembre
1593 e poi Segretario di Stato, il Cardinale Passeri Aldobrandini era nipote del regnante
Papa Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini). Dato però che, quando nell’estate 1595 si
concretò la prospettiva di un soggiorno alla Corte polacca, il Marenzio chiese licenza agli
Orsini e il consenso del Cardinale Cinzio Aldobrandini testimonia che egli doveva essere
ancora al servizio del Duca di Bracciano e solo prestato, forse a tempo indeterminato,
al potente cardinal nipote. Il Marenzio ebbe un ruolo di spicco nei processi di riforma
liturgico-musicale innescati dal Concilio Tridentino. Anzitutto, insieme ad altri musicisti
attivi a Roma, gli fu richiesto di valutare la compiutezza del lavoro svolto dal Palestrina,
morto nel febbraio 1594, in merito a quella revisione di Antifonario, Graduale e Salterio
che Papa Gregorio XIII aveva affidato al Palestrina nel 1577. Ben più rilevante l’iniziativa
volta a realizzare quella comprensibilità della parola liturgica, auspicata dai padri
conciliari, sfociata nel “Completorium ac antiphonae sex vocibus” che il Marenzio pubblicò a
Venezia nel 1595, purtroppo non pervenutoci. La notorietà del compositore
bresciano determinò in John Dowland (liutista inglese di cui i Cantores lo scorso
novembre hanno eseguito una nutrita raccolta di Ayres a 4 voci) l’intenzione di farne
diretta conoscenza durante il suo viaggio in Italia nel 1595. Prima del 1596 il Marenzio
era stato aggregato all’Accademia Olimpica di Vicenza: un elenco stampato in quell’anno
lo annovera infatti tra i suoi membri. Si colloca in quegli anni nell’ambito romano
anche la sua missione alla corte polacca. Tra dicembre 1594 e febbraio 1595 fu a Roma
il nobile polacco J. Kochanowski, Segretario del Re di Polonia e Svezia, Sigismondo III. Tra
gli altri compiti, aveva anche quello di reclutare musicisti per la Cappella reale. Tra
l’agosto e l’ottobre del 1595, Marenzio ottenne da Papa Clemente VIII e dal Cardinale
Cinzio Aldobrandini il nulla-osta di partire per la Polonia. Per la via del Brennero egli
raggiunse dapprima Cracovia, principale residenza reale, e poi Varsavia, dove nel
frattempo la corte si era trasferita. Qui è documentato con certezza dal marzo 1596.
La cappella che il Marenzio si trovò a guidare era formata da 22 musicisti. Nel
settembre-ottobre 1596 è esplicitamente citato, impegnato nelle cerimonie religiose
per l’arrivo a corte del Cardinal legato Enrico Caetani. Il soggiorno in Polonia si protrasse
probabilmente fin verso la primavera-estate del 1598: nell’autunno di quell’anno il
Marenzio era comunque di nuovo in Italia, dato che da Venezia il 20 ottobre firmò la
dedicatoria dell’Ottavo libro de madrigali a cinque voci (Venezia, Erede di Girolamo Scotto). I
dati biografici e professionali che lo riguardano in questo scorcio finale della sua vita
sono frammentari e incerti. Tentativi di entrare nell’orbita dei Gonzaga sono
evidenziati dalle dedicatorie dell’Ottavo (1598), e soprattutto del Nono libro de madrigali
a cinque voci, offerte rispettivamente al Conte di Guastalla, Ferrante II Gonzaga, e al Duca
di Mantova, Vincenzo Gonzaga. Il Marenzio morì a Roma il 24 agosto 1599 nel «giardino
del Granduca [di Toscana]», cioè a Villa Medici, e «fu sepelito in S. Lorenzo in Lucina».

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