Come in ‘Dalla Russia con amore’, il secondo film della saga di James Bond, l’agente segreto più famoso del mondo. Nel film, il fascinoso 007 ‘con licenza di uccidere’ convince Tatiana Romanova, spia russa, a seguirlo in Occidente ‘con amore’; nella vita reale, al posto di Sean Connery c’è l’altrettanto affascinante (e forse di più, anzi, senza forse) Lago di Como, mentre è Julia Pikalova a lasciare le gelide terre russe e cambiare decisamente vita per abbracciare il suo amato Lario.
L’abbiamo incontrata, Julia, in occasione della 48esima Mostra dell’Artigianato, a Lariofiere di Erba. Il posto e l’occasione giusta, per conoscere questa ragazza di S.Pietroburgo, ‘artigiana’ delle parole e del suono. Julia è, infatti, poetessa e pianista. Interprete di sentimenti e di sensazioni. Creativa nel vero senso della parola: con le sue poesie, Julia Pikalova ‘costruisce’ parole e suoni, gioca con loro, scombinandoli e ricombinandoli fino a plasmare qualcosa di nuovo, come fa un ceramista con la creta e l’argilla, o liberandone le forme dall’orpello della materia che le imprigiona, come uno scultore con il suo martello e scalpello. Lo stesso, quando si siede davanti alla tastiera di un pianoforte: allora, sembra che le sue dita diventino una cosa sola con i tasti bianchi e neri, che i martelletti ubbidiscano ai suoi voleri, e si industrino a forgiare suoni e sonorità per raggiungere il cuore di chi ascolta. Eppure, non è sempre stato cosi, c’è stato un tempo in cui la vita della nostra Julia era decisamente lontana da poesia e musica.
“Infatti – dice Julia – per tanti anni mi sono occupata di marketing, in vari Paesi e per conto di diverse aziende multinazionali, anche in posizioni di rilievo. Passavo molto tempo tra aerei e aeroporti. Amavo l’arte, ma non avevo il tempo per amarla veramente”.
Riusciva soltanto, Julia, a fare qualche componimento. Dapprima, cose ‘timide’, quasi degli esperimenti di composizione. Quartine umoristiche, parodie, inizialmente. Poi, poco a poco, “cose sempre più serie”, come le definisce lei. A poco a poco, le poesie diventavano sempre più scorrevoli; i giochi con le parole ed i suoni sempre più ‘naturali’. Finché, un paio di anni fa, il momento del grande salto: “Ho deciso che era giunto il tempo di lasciare il mio lavoro e dedicarmi alla poesia ed alla musica”.
Oggi, Julia ha appena dato alle stampe il suo primo libro di poesie. Ce lo mostra, è un tomo di notevoli dimensioni, una raccolta di ben cinquecento poesie, divise in tre capitoli: Nascita, Vita e Ritorno. Cinque anni di poesie e di componimenti, riuniti in un volume. Solo in russo, al momento, ma “è in preparazione una versione italiana, speriamo di trovare presto un editore disposto a pubblicarla”, dice.
Ce ne recita un paio, di queste poesie. Nelle due lingue. Devo ammettere che ascoltarla nella sua lingua madre, il russo, rende molto meglio la bellezza del ritmo e dei suoni che Julia sa dare ai suoi componimenti. Non potendo ascoltare le parole, la mente si concentra sul suono, sull’andamento e sui flussi, sugli accenti. È un po’ come ascoltare musica, una sonata per pianoforte. È una musicalità molto accentuata, quella delle sue poesie, e non potrebbe essere altrimenti, visto che la sua anima artistica è divisa tra le parole e la musica.
Julia è, difatti, anche un’apprezzata pianista. Ha suonato più volte in concerti a Milano, in occasione delle varie edizioni del Milano Amateurs and Orchestra, riscuotendo un successo più che discreto. “Non avrei mai sognato di poter fare un’esperienza del genere, suonare con una vera orchestra. È un po’ come fare un volo su Marte. Ma l’Italia è una vera Terra d’Arte, dove tutto è possibile”. Tanto che “l’anno prossimo, sempre a Milano, avrò l’opportunità di interpretare Beethoven”, annuncia con non poca emozione nella voce.
“Da bambina – ricorda – ho studiato pianoforte in una piccola scuola di musica. Poi, una pausa per un quarto di secolo. Fino a otto anni fa, quando ho voluto ricominciare”.
Ha acquistato un pianoforte, e la sera, dopo il lavoro, si dedicava ai tasti, alle sonate, alle note. “È stata la mia forma di meditazione”, ammette. Una meditazione che le ha permesso di ritrovare la voglia di arte, di poesia, di musicalità nella sua vita. Fino a convincerla che quella era la sua strada.
Come arrivi l’ispirazione per comporre i versi, è una cosa misteriosa.
“L’ispirazione è una questione di Dio. Noi non possiamo fare nulla. Non è come alzarsi la mattina e andare in ufficio, dire ‘adesso scrivo una poesia’: non funziona cosi’. Può arrivare in qualunque momento, in qualunque posto. Può essere un suono un rumore, una parola, qualcosa che vedo o che leggo. Il primo verso che scrivo, di getto, può non essere il vero inizio: può finire nel mezzo della poesia, o anche alla fine. Quando ho scritto ‘La Passeggiata’, per esempio, le prime parole che mi sono venute in mente, il primo verso scritto, poi è finito nel mezzo. L’ispirazione arriva, ma poi la poesia cresce, si sviluppa in modo indipendente da quello che uno può volere o pensare. Vive di vita propria”.
Julia ci mostra un’incisione di un artista moscovita suo amico. ‘Vento’ si chiama. Come la sua poesia, a cui l’incisione è dedicata e ispirata. “Questa poesia è nata in un giorno di forte vento sul lago. Sono andata per una passeggiata, ascoltare il vento, il suo fischiare, ascoltare il rumore delle onde del lago, come si frangevano sui sassi della spiaggia, ascoltare tutti i rumori e suoni che si creavano e scontravano, dando forma a nuovi rumori e suoni, mi ha ispirata. Alla fine della passeggiata, la nuova poesia era nata. L’ho mandata a questo mio amico, a Mosca. Anche lui ha subito sentito, dai miei versi, il rumore, l’energia, il movimento, del vento e dell’acqua. E ha creato questa acquaforte. Tutto in una notte”.
Tornando al mondo delle parole e delle poesie, e al suo libro, Julia è reduce da una lunga tournéé che l’ha portata in giro per diverse città del suo Paese, a presentare il suo lavoro. Quali differenze ci sono tra i nostri due Paesi, dal punto di vista della cultura letteraria? “In Italia c’è grande interesse per la lingua e letteratura russa. Ricordo che anche il Dottor Zivago di Boris Pasternak è uscito per la prima volta proprio qui da voi. C’è molto seguito, per la poesia in genere. Recentemente, ho partecipato al Festival Europa in Versi, e la sala era pienissima. L’interesse per la cultura, nel vostro Paese, è grande. Secondo me, l’Italia è la culla della cultura europea. Qui, la cultura fa parte della vita. Ho già ricordato l’iniziativa a Milano che permette a pianisti dilettanti di suonare con orchestre di professionisti. Altro esempio è 200.com, il coro del Teatro Sociale di Como formato dagli abitanti della città. Nel 2017 ho partecipato al coro del Nabucco, e quando gli italiani cantano il ‘Va pensiero’ di Giuseppe Verdi, vengono loro le lacrime agli occhi per l‘emozione, è una gioia essere li’ in mezzo, condividere queste sensazioni. Anche in Russia la cultura è molto importante, ma abbiamo un approccio da ‘tutto o niente’, o sei un artista, un musicista, un poeta, da Teatro Bolscioi o uno spettatore”.
Come sei arrivata sul Lago di Como?
“Provo per il lago un sentimento di amore tutto irrazionale. Per me è un amico, una persona. Quindici anni fa lavoravo a Milano, e dietro consiglio di colleghi sono andata a Bellagio. Mi ha subito colpito, mi è sembrato di conoscerlo, come in nessun altro posto al mondo, mi sentivo di appartenere al Lago di Como. Quando poi, anni dopo, ho deciso di cambiare vita e dedicarmi all’arte, è li’ che sono andata. All’inizio, viaggi brevi. Poi ho preso una casa per vacanza. Alla fine, mi ci sono trasferita. Spero per sempre. Il lago è una grande fonte di ispirazione, per me. Molte poesie nascono sulle sue rive. Tanto che l’edizione italiana del volume si chiamerà ‘Camminare sull’acqua’”.
scritto da Franco Cavalleri

