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ROMA: AL TEATRO DEGLI AUDACI IN SCENA “DE PRETORE VINCENZO” DI EDUARDO DE FILIPPO

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Appuntamento al Teatro della Audaci di Roma con un spettacolo teatrale dal titolo “De Pretore Vincenzo” di Eduardo De Filippo dal 13 al 16 Aprile.

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Con Rosario Buglione, Lorenzo D’Agata, Emanuel Pascale, Maria Elena Verde

Musiche originali: Francesco Di Giuseppe, Leo Giulio Cresci

Regia di Emanuel Pascale

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Aiuto regia: Maria Elena Verde

“Scherza con i fanti ma lascia stare i santi” così recita un famoso proverbio che Eduardo De Filippo, invece, rovescia mostrando il disagio dei vinti. “De Pretore Vincenzo” è la storia di un ladruncolo che fa un patto di affidamento tutto personale con San Giuseppe: se rubando solo ai ricchi gli affari funzioneranno, candele, lumini e fiori saranno sempre presenti ai piedi della sua statua.

Le cose però non andranno come sperato.

Indigenza, abbandono ed emarginazione trovano il giusto spazio di analisi in questa commedia in

cui Eduardo mette in luce le pene dei relitti, vittime della società.

TRAMA DELL’OPERA

“De Pretore Vincenzo” è la storia di un figlio di N. N. divenuto ladro, a suo dire, “per necessità”. Il

giovane è legato sentimentalmente a Ninuccia, una semplice ragazza che per racimolare qualche

soldo fa la lavapiatti in una trattoria. Quest’ultima, appena Vincenzo esce dal carcere, convince il

suo amato ad affidarsi ad un santo protettore, in modo tale che da quel preciso momento in poi le

cose gli vadano bene. Vincenzo decide allora di affidarsi e fare un patto con San Giuseppe,

secondo il quale, se il santo farà il suo dovere, ruberà soltanto ai ricchi e prenderà da loro quello di

cui avrà bisogno senza più “scrupoli di coscienza”. La “protezione” ha subito il suo effetto:

Vincenzo ruba in facilità e tranquillità, fino a quando un giorno sarà ferito a morte da un impiegato

di banca al quale ruba una borsa contenente cinque milioni. In una visione premortale Vincenzo

giunge in Paradiso scortato da San Giuseppe che assume le sembianze del tabaccaio della piazza

frequentata dal giovane. Tutto sembra, dunque, finire per il meglio ma la felicità di Vincenzo viene

squarciata da un brusco ritorno alla realtà: il ladruncolo si ritrova, esanime, in una squallida sala

ospedaliera, nella quale poco dopo morirà.

NOTE DI REGIA

L’attenzione agli ultimi è stata sempre al centro della poetica eduardiana. Quello che Eduardo

cerca di far emergere attraverso quest’opera sono le tematiche scottanti dell’abbandono e

dell’indigenza che dominano nella Napoli del dopoguerra, alle quali né l’autorità statale né quella

ecclesiastica (per quanto riguarda il notevole aumento degli orfanelli affidati a quest’ultima)

riusciva a trovare un rimedio, generando in questo modo un enorme numero di “gente sbandata”

che ricorreva a vie illegali per cercare di «tirare avanti». Nel protagonista, quindi, il drammaturgo

partenopeo «ha voluto impersonare tutto il popolo napoletano, considerato “figlio di nessuno” da

sempre. Popolo […] abbandonato alla sua sorte da sempre, perché i potenti – il Signore – hanno in

ogni tempo ignorato i suoi bisogni».

La colpa di questa gente è quella di essere ignorante; infatti il protagonista dell’opera, se avesse

avuto un’istruzione, avrebbe diretto la sua vita in una direzione decisamente diversa. Questo tema

stette particolarmente a cuore ad Eduardo che, soprattutto quando ricevette la nomina di

senatore a vita, s’interessò sempre di più al fenomeno napoletano, e non solo, della delinquenza

giovanile. Egli stesso nei suoi ultimi anni di vita s’ impegnò molto per questi giovani “delinquenti”

che aveva visitato e con cui aveva parlato all’ Istituto di rieducazione dei minori del Filangieri di

Napoli, figli anch’essi abbandonati da quella società che li considera – come nelle battute finali

dell’opera dirà la fidanzata di De Pretore – «nessuno».

La compagnia I viandanti sul mare – alla quale la famiglia De Filippo ha concesso i diritti in seguito

all’esposizione del progetto – attraverso il potente Verbo di Eduardo, intende realizzare una

messinscena che permetta allo spettatore di essere pienamente coinvolto nel dramma dei

protagonisti, con i quali esso è in grado di ridere, scherzare ma soprattutto commuoversi per

quello che è il loro destino. L’ intento è quello di sottolineare attraverso quest’ opera la funzione

morale, civile ed educativa del Teatro di Eduardo, quest’ ultimo sempre attento ai mali sociali che

impediscono alla “persona” il pieno sviluppo della sua natura.

In questa messinscena la scenografia è volutamente scarna, proprio per far sì che ad emergere sia

il vissuto ma soprattutto il dolore di ogni personaggio. In opposizione, nella seconda parte

dell’opera i costumi dei santi sono sfarzosi e “carnevaleschi” per dar luce a come la religiosità

popolare partenopea interpreta il suo rapporto con l’aldilà.

La commedia scelta, come del resto ogni opera di Eduardo, ha in sé tutta la forza per poter offrire

allo spettatore un intenso momento di riflessione su tutte quelle dinamiche che condizionano

fortemente le scelte di individui che nascono e crescono in contesti a rischio devianza.

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